Le paure che non affronti diventano i tuoi limiti

Normalmente dopo una diagnosi di una malattia grave, una disabilità fisica, un lutto o, comunque, un evento connotabile come grave perdita. Nei termini di Elisabeth Kubler-Ross, una dei primi clinici a osservare e descrivere le reazioni a gravi malattie, le reazioni descritte corrispondono alle seguenti fasi del processo di accettazione: rifiuto e isolamento; rabbia; negazione; depressione; accettazione. Numerosi altri autori hanno osservato le reazioni alle perdite, descrivendo in termini diversi le fasi, ma tutti concordano sul fatto che il processo di adattamento implica un alternarsi di fasi caratterizzate da: tentativo di capire quanto è avvenuto e le sue implicazioni (ansietà, disorientamento); valutazione della perdita in termini etici, ovvero come giusta/ingiustizia (manifestazioni di rabbia) e come danno subito o causato (manifestazioni di colpa); ridefinizione della propria vita alla luce della perdita e individuazione di nuovi scopi su cui investire (dalla depressione, alla rassegnazione, all’accettazione piena).
Le gravi perdite come quella subita da Elisa, e tra le quali si annoverano anche i lutti e le perdite di salute per malattie più o meno gravi, rappresentano una grande sfida alle capacità di adattamento di una persona; sono anche tra le principali cause di sofferenza nella vita delle persone e contribuiscono all’insorgenza di disturbi mentali (Dap e fobie, Doc, depressione ecc.).
Trattamento: interventi psicologici e psicoterapici
La specificità dell’intervento psicologico con pazienti con patologie organiche è nel fatto che non parliamo di una situazione riconducibile a una specifica diagnosi e disturbo mentale, ma piuttosto di reazioni che nella gran parte dei cosi riconosciamo come “normali” (“tutti starebbero come il paziente nella sua situazione”).
Come lo stesso Freud mise in luce oltre 100 anni fa, è importante distinguere le reazioni fisiologiche da un disturbo psicologico: la sofferenza non equivale a patologia.
Fatte queste premesse esistono almeno quattro aree in cui gli interventi psicologici hanno dimostrato una efficacia nel migliorare la qualità della vita e nell’alleviare il disagio emotivo:
– collaborazione ai trattamenti: l’efficacia dei trattamenti medici, della riabilitazione, dei regimi dietetici ecc, ovvero della “cura” è influenzata dal grado di collaborazione del paziente alle prescrizioni mediche; si tratta di un fattore che ha grande impatto sulla prognosi nei pazienti con patologie croniche il cui trattamento prevede l’adozioni di nuove abitudini alimentari e nelle attività del quotidiano (es. ipertensione, diabete).
– counselling nella fase pre- e post-diagnostica: uno dei momenti critici per il successivo processo di adattamento alla malattia o disabilità è quello diagnostico; il “come” una diagnosi (e le relative informazioni sui trattamenti e sulla prognosi) viene data ha un peso specifico. Per questa ragione anche l’OMG suggerisce, almeno per alcune patologie (ad esempio l’HIV/Aids), che in questa fase il medico sia affiancato da uno psicologo.
– gestione del dolore: il dolore è uno dei fattori critici per la qualità della vita e il disagio emotivo; correla con sintomi depressivi, con la presenza di idee di suicidio e con l’invalidità. Poiché numerosi lavori scientifici (Spiegel e Bloom,1983; Daut e Cleeland, 1982; Payne et al., 1994) hanno messo in luce che convinzioni errate sul dolore (per esempio: se c’è dolore sta avvenendo un danno; dolore segnala un peggioramento) correlano con l’intensità percepita del dolore, con il grado di invalidità e con il disagio emotivo, gli interventi informativi, di rilassamento e di modificazione delle convinzioni disfunzionali sono un utile supporto agli interventi medici nella gestione del dolore.
– prevenire e curare i disturbi emotivi associati: avere una patologia organica è un fattore che facilità l’insorgenza di un disturbo psicologico o emotivo. Non è possibile prevedere un protocollo per tutti i pazienti, anche perché non parliamo di una situazione riconducibile a una specifica diagnosi e disturbo mentale. Primo compito del terapeuta è, però, distinguere le reazioni fisiologiche (come ad esempio iniziali reazioni di ansia o di rabbia o una successiva fase depressiva) da un disturbo psicologico. Quando non sono riscontrabili dei veri disturbi, il terapeuta deve facilitare e sostenere la persona nelle diverse fasi del processo di accettazione.
Ove si osservino reazioni “eccessive” per intensità o per durata o altro tipo di disagio emotivo (ad esempio la persona può avere difficoltà a farsi una ragione della malattia e questa è vissuta come un’ingiustizia non meritata; la malattia può essere percepita come una punizione meritata o una giusta conseguenza di comportamenti inadeguati, attivando sensi di colpa; la persona può, dopo tanti mesi, non riuscire a individuare nessuno scopo su cui vale la pena investire) compito del terapeuta è ridurre il disagio emotivo e fare interventi che rimuovano gli ostacoli psicologici al processo di accettazione.
